Psicologia al Telefono e depressione

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Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un intervista rilasciata da Woody Allen per il suo ottantesimo compleanno. E’ noto come il regista abbia da sempre prodotto film basati sulle sue nevrosi e ironizzato sulla terapia psicoanalitica. In un passaggio dell’intervista afferma: “La psicanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani”. Woody fa sarcasmo e si basa sempre sulla realtà contemporanea della società. Ho riflettuto su questa affermazione e non mi sorprenderebbe se in un prossimo film o in una nuova intervista troveremo qualcosa sulla terapia al telefono.

Scrivo questo perché? Perché la terapia al telefono sta prendendo sempre più piede, con risvolti positivi rispetto agli approcci tradizionali.

Recentemente infatti ho letto un articolo su uno studio intrapreso da due ricercatori della Northwestern University, Illinois, tali David C. Mohr, e Joyce Ho, che si sono concentrati sulla depressione e sull’abbandono della terapia da parte dei soggetti afflitti da essa. I due studiosi hanno condotto un indagine su questo tema mettendo appunto a confronto il percorso “face to face” e quello telefonico.

Prima di illustrare i risultati dei due ricercatori, vediamo di definire cos’è la depressione e descriverne le diverse forme.

La depressione è un disturbo dell’umore caratterizzato da tristezza, calo della spinta vitale e ideazioni pessimistiche che possono portare a pensieri autolesivi. Ha diverse sfumature e caratteristiche che essenzialmente sono cosi classificate:

1. Depressione nevrotica o distimia.
2. Depressione endogena o maggiore.
3. Depressione secondaria.
4. Psicosi maniaco – depressiva o bipolare.

  1. La distimia o psiconevrosi depressiva insorge esclusivamente a partire da una forte mancanza di autostima nel soggetto. Questo, da parte sua, ha bisogno di continue approvazioni per sentirsi accettato. Il soggetto in questione sviluppa così una forte dipendenza nei confronti della figura di attaccamento principale, che ha la funzione di restituire continuamente un’immagine positiva del suo sé.
  2. La depressione endogena maggiore o monopolare, può verificarsi sia una sola volta nella vita sia a più riprese. Essa, comunque, tende a manifestarsi sempre a partire dai trent’anni in poi.
    I sintomi più diffusi sono il rallentamento psicomotorio, sentimenti di colpa che possono arrivare al delirio, incapacità di provare emozioni ed affetti. Tra i sintomi somatici: diminuzione della spinta verso gli istinti primari, quali sessualità, fame e sonno.
  3. La depressione secondaria, invece, è intesa come quella forma di depressione che deriva la sua insorgenza da cause prevalentemente iatrogene, neurologiche o endocrine nonché da eventi scatenanti, come ad esempio un lutto.
  4. Psicosi maniaco – depressiva o depressione bipolare che, come dice il nome stesso, è caratterizzata da due diversi stati d’animo del soggetto, cui corrispondono comportamenti ed atteggiamenti analoghi. Si tratta di periodi (che possono andare da poche ore a svariati mesi) in cui si alternano fasi di euforia ed iperattività a fasi di abbattimento ed apatia molto marcati. I primi sono, appunto, gli stadi maniacali, i secondi quelli depressivi.

La psicoterapia è un trattamento efficace per la depressione e indagini sui pazienti mostrano la predilezione di questa rispetto alla semplice assunzione dei farmaci antidepressivi. Nonostante questi dati, solo una piccola percentuale di pazienti, però, intraprende un percorso psicoterapeutico o comunque riesce a giungere al suo termine. Questo è strettamente legato alla mancanza motivazionale legata ai periodi di down, dove il paziente in piena crisi, in pieno appiattimento emotivo, non trova, ad esempio, la forza per raggiungere il proprio analista e seguire la terapia, compromettendo così il lavoro intrapreso.

I due ricercatori hanno analizzato questi comportamenti e hanno cercato di ovviare a questo gap inserendo il percorso telefonico in un gruppo di pazienti, per vedere se questo tipo di supporto potesse avere maggiori benefici.

I due studiosi hanno coinvolto 225 adulti con diagnosi di disturbo depressivo maggiore, li hanno divisi casualmente in due gruppi, di cui uno doveva ricevere 18 sedute di psicoterapia, una volta alla settimana, per telefono e l’altro gruppo “face to face”. Il trattamento applicato è stato quello della terapia cognitivo comportamentale. La TCC si basa sul modello cognitivo, che ipotizza che le emozioni e i comportamenti delle persone vengono influenzati dalla loro percezione degli eventi. A differenza delle altre psicoterapie si focalizza sul presente, è più breve ed è più orientata alla soluzione dei problemi attuali attraverso tecniche come il problem-solving, il decision-making, gli esperimenti comportamentali, il monitoraggio e programmazione delle attività, il diario giornaliero. Un piano terapeutico quindi applicabile anche a distanza e utile con il tipo di tempistica determinata.

Al termine delle 18 settimane si è visto che la terapia al telefono è stata in grado di ridurre maggiormente l’abbandono da parte del paziente rispetto alla terapia tradizionale. Quattro su cinque soggetti che ricevevano la psicoterapia al telefono hanno completato l’intero trattamento, mentre solo due su tre dei soggetti che facevano sedute di psicoterapia faccia a faccia sono giunti al termine.

Se non arriverà attraverso uno dei suoi film, immagino comunque il regista fra qualche tempo ritrattare la sua affermazione e sostituire “industria dei divani” con “industria dei telefoni” perché magari l’applicabilità di un percorso a distanza non è fattibile per tutti i disturbi psicopatologici ma se per alcuni, già i benefici sono migliori rispetto l’approccio tradizionale, il futuro è già scritto.

Manuela Agostini

Psicologa Clinica e di Comunità

 


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